Emergenze ambientali, a rischio anche Lipari

100_2760.JPGE’ ancora allarme ambientale su gran parte del territorio della Provincia e anche alle isole Eolie, nonostante non piova in modo violento ormai da molte settimane. Il prof. Franco Ortolani, ordinario di geologia e Direttore del Dipartimento di Pianificazione e Scienza del Territorio, Università di Napoli Federico II e il prof. Angelo Spizuoco del Centro Studi e Strutture di Geologia Geotecnica di San Vitaliano, guidati dal team di studio messo sù dal collegio dei Geometri della Provincia di Messina, mantengono alta la guardia.

 

In un incontro presso la scuola ITG di Lipari, i due tecnici partenopei hanno tenuto una conferenza sui rischi di calamità naturali e in modo particolare l’eventualità degli tsunami nel basso Tirreno.

 

Alle Eolie, infatti, non esiste un impianto di sirene di allarme tsunami perchè quelle che erano state montate dopo l’onda anomala del 30 dicembre 2002, secondo quanto appreso dal sopralluogo nel fine settimana, sono state smontate.

 

Il comune di Lipari e quelli delle altre Isole, inoltre, non sono provvisti di un Piano delle Emergenze e di previsione di tutti i rischi. O, comunque, qualora esistono, non ne sono a conoscenza nè i cittadini, nè tecnici e professionisti, nè ovviamente tutti i numerosi turisti che popolano le Eolie.

 

Proprio in queste settimane, inoltre, si sta discutendo l’eventualità di realizzare un nuovo Parco in Località Quattopani e Pianoconte. L’Architetto Giuseppe Aveni, che coordina il team di studi tecnici sulle emergenze, ha pensato di realizzare un piano che comprenda interventi per la mitigazione del rischio ambientale. Nello specifico, potrebbe essere istituito un Certificato di rischio ambientale che comprenda al suo interno un piano delle emergenze del rischio locale e si allacci ad uno inter-insulare dell’arcipelago. Così facendo il turista che arriva alle Eolie, attraverso il GPS del suo telefonino o sul web, potrà in tempo reale essere informato di eventuali allarmi tsunami, eruzioni, sismi, incendi, allerte meteo ed altro ancora.>

 

Il piano sarebbe pubblicato sia on-line che sui telefonini e avrebbe anche un sistema acustico per gli isolani oltre ad altre ‘chicche’ tecnologiche da abbinare al pacchetto offerto come strumento di salvaguardia ambentale e protezione civile.

 

 

Ponte: presentato un progetto alternativo, ma c’è chi dice: “Facciamoli entrambi!”

 

Ponte1.jpgIl giovane architetto Israeliano Mor Temor ha presentato, all’Altafiumara Resort di Santa Trada, nei pressi di Cannitello e Villa San Giovanni, il nuovo progetto che ha realizzato per collegare in modo stabile lo Stretto di Messina. Il professionista 36enne nativo di Shaf-amer, provincia di Nazareth, nell’Alta Galilea, ha esordito dicendo che “Lo Stretto è splendido, finalmente l’ho visto dal vivo dopo mesi e anni di studi da immagini, satelliti, mappe e cartografie. Sono stato tre giorni a Reggio e la cosa che mi ha colpito di più è la varietà di colori e tonalità, ogni giorno diversi: questo posto è davvero magico e affascinante”. Nel corso della presentazione dell’idea progettuale, Mor Temor ha illustrato tutti i processi di analisi, studio e riflessione tramite cui è giunto a questo nuovo progetto. E, se vogliamo, questo ‘viaggio’ nel suo lavoro è stato ancor più appassionante del progetto stesso, già di per sè estremamente coinvolgente ed entusiasmante.

 

L’architetto Israeliano ha progettato per lo Stretto un ‘Ponte Galleggiante Abitato’ e quindi ha studiato in modo estremamente approfondito le strutture galleggianti nel mondo, e i ponti abitati. Ne è venuto fuori un processo estremamente suggestivo: le prime strutture galleggianti, ad esempio, furono realizzate già nell’antichità quando greci e romani collegavano sponde di fiumi e mari posizionando tavole di legno su una serie di barche affiancate. Ma la storia delle strutture galleggianti non si limita ai ponti: in Thailandia da millenni esistono veri e propri villaggi galleggianti composti da case galleggianti. In ottica futura, ad Amsterdam è stato presentato pochi anni fa il progetto di una Città Autosufficiente Galleggiante nei Paesi Bassi con strade, autostrade, ponti, case e alberghi, una vera e propria città turistica il cui progetto è un punto di riferimento internazionale in prospettiva futura: i villaggi galleggianti potrebbero essere un’idea per una nuova concezione del rapporto tra l’uomo, gli insediamenti urbani e la natura. Più di recente, anche il Giappone ha realizzato un progetto avveniristico e futuristico con l’utilizo di tutte le principali tecnologie avanzate che contraddistingono il Paese nipponico per l’avanguardia mondiale. Il Giappone c’è il serio problema della scarsità di terra su cui edificare, che potrebbe essere risolto proprio con vere e proprie ‘Venezia Galleggianti’. In Giappone, comunque, esistono già molti aeroporti galleggianti realizzati su piattaforme di calcestruzzo armato, strumenti estremamente funzionali.

 

Ma torniamo ai Ponti: il progettista israeliano ha illustrato la storia dei ponti galleggianti, partendo da quello sul lago di Washington realizato nel 1940, poi affiancato nel 1961 da un secondo ponte galleggiante, e arrivando ai ponti galleggianti norvegesi. Ha poi citato il nuovo ponte galleggiante pedonale di Londra, realizzato nel 1994, e quello realizzato a Osaka, sempre in Giappone. Negli anni ’80 è stato inoltre realizzato un progetto per un ponte galleggiante sullo Stretto di Gibilterra e nel 2001 è stato presentato il progetto del più lungo ponte galleggiante del mondo, di 35km che sarà realizzato a Istanbul. Numerosi sono i vantaggi tecnici ed economici per l’utilizzo di strutture galleggianti, in modo particolare quando la costruzione delle fondamenta tradizionali deve avvenire in acqua a profondità che superano i venti metri o in aree con terreno morbido e a rischio, dove la costruzione delle fondamenta tradizionali è estremamente complessa, rischiosa e costosa. Temor ha poi affrontato il tema del passaggio delle navi sotto i ponti, estremamente importante per lo Stretto dove il traffico marittimo è intensissimo. Il ponte galleggiante consente una grande flessibilità e un adattamento alle misure e alle altezze delle navi in transito. L’architetto Israeliano ha passato in rassegna la storia dei Ponti Abitati, partendo da quelli che nel Medioevo erano caratteristici di Londra e Parigi. “Qui in Italia li conoscete meglio di me – ha detto Temor – perchè dalle mie parti non esiste questa tradizione nè questa modalità di costruzione. Ma quando parliamo i Ponti Abitabili basta pensare a Firenze, al Ponte Vecchio”. Ma non solo passato, anche presente e futuro: è già stato presentato un progetto (di 320 milioni di €) per realizzare ad Amburgo un grandissimo e avveniristico Ponte Abitato lungo 700 metri. Dopo quest’affascinante rassegna storica e tecnica, il progettista è entrato nello specifico della situazione dello Stretto di Messina, illustrandone le caratteristiche principali: la profondità dell’acqua supera abbondantemente gli 80 metri, le prime rocce stabili si trovano addirittura 250 metri al di sotto del fondale marino. I venti più forti soffiano con velocità superiore ai 140km/h, l’alta marea può arrivare anche a 50cm, le correnti di marea sono di notevolissima intensità e soffiano fino a 11km/h, c’è il rischio di forti terremoti superiori al 7° grado della scala Richter, la distanza minima tra le due sponde è di 3.185 metri sul livello del mare, e il traffico marino è intensissimo, con navi da 50.000 tonnellate che passano quotidianamente lo Stretto. “Tutti questi ostacoli messi insieme – ha detto Temor – costituiscono la più grande sfida che l’ingegneria abbia mai incontrato”.

 

E allora l’architetto ha presentato la sua idea nei dettagli: si usa l’acqua come fondamenta. La configurazione proposta si basa su piattaforme di calcestruzzo armato galleggiante, in cui lo spazio interno a queste piattaforme verrà destinato ad attività commerciali, uffici, alberghi, parcheggi, parchi, ecc. ecc.

 

Inoltre, si possono costruire anche case a schiera nello spazio a forma di ellisse che costituisce le due travi in acciaio a forma di archi. La fondazione galleggiante è stata scelta come soluzione a causa della profondità d’acqua che supera 100 metri, la presenza delle falde attive sulle coste messinese e calabrese, e la presenza di forti terremoti. Altro vantaggio, il Ponte sarebbe realizzato esclusivamente in cantieri navali senza dover quindi andare a intaccare la terraferma. Tutto studiato nei minimi particolari in modo estremamente preciso, come impongono i dettami dell’Istituto Israeliano delle Tecnologie ‘Technion’, uno dei più importanti e riconosciuti a livello internazionale.

 

Varie e particolareggiate le riflessioni dei relatori. La più curiosa e interessante è quella di Giovanni Alvaro, del Comitato ‘Ponte Subito’, ha voluto precisare come questo Ponte “non può e non deve essere visto in alternativa a quello già in fase avanzata, perchè si tratta di due cose completamente diverse, due Ponti realizzati con ottiche differenti, uno per soddisfare l’esigenza Europea del corridoio 1 Berlino-Palermo e quindi per portare l’alta velocità ferroviaria delle merci e attirare i traffici del Mediterraneo, l’altro per dare un senso concreto alla conurbazione tra Reggio e Messina e a una concezione più localistica dell’opera, con grande attenzione nei confronti del territorio. E’ un progetto molto bello, ma non dev’essere visto in alternativa: magari facciamoli entrabi! Chi l’ha detto che il Ponte dello Stretto dev’essere solo uno? Quante città divise da fiumi, laghi e mari sono collegate da più ponti? Ben venga, quindi, il progetto di Temor, ma non in alternativa a quello che la ‘Società Stretto di Messina’ sta portando avanti e che è già in fase avanzata tanto che entro il 30 settembre avremo il progetto definitivo ed esecutivo. Nel 2005 è stata vinta una gara d’appalto, negli ultimi mesi i contraenti hanno ritoccato i contratti trovando difficili accordi dopo un brusco stop di 2 anni imposto dall’ex Ministro Alessandro Bianchi, quindi adesso pensare di tirar fuori un altro Ponte per ricominciare daccapo mi sembra una pura follìa”.

 

Questo nuovo progetto, senza ombra di dubbio farà tanto discutere e avrà un certo riscontro positivo: il risveglio e lo stimolo di idee, progettualità, intraprendenza e voglia di sognare uno sviluppo da protagonista nel futuro pensando in grande.

 

Cosa che questo territorio ha sempre rifiutato di fare, nascondendosi dietro le barricate di scetticismo e disfattismo assoluto.>

 

La rassegna di Ponti e opere spettacolari mostrata da Temor nella sua presentazione, è un pugno allo stomaco per chi vorrebbe vedere lo Stretto valorizzato come merita ma è invece costretto a dover ammirare altrove le meraviglie delle scienze e delle arti mentre tra Reggio e Messina resta tutto fermo e immobile come prima.

 

 

Parla il Procuratore Guido Lo Forte: “La Città è guidata da una zona grigia fatta di criminalità e collusioni”

 

guido-lo-forte.jpgMentre in Calabria, e soprattutto nel reggino, le forze dello Stato fanno sempre più pressione sulla ‘ndrangheta con arresti, sequestri e confische da record, la situazione sembra molto più tranquilla nell’altra sponda dello Stretto, a Messina e dintorni, in quella che per lunghi anni è stata etichettata come ‘provincia babba’, fessa, ininfluente nelle gerarchie della criminalità organizzata.

 

Ma a capire che Messina non è per niente ‘babba’ non ci vuole molto. Gli inquirenti sono tutti concordi: è la terra di confine tra la ‘ndrangheta e Cosa Nostra, e in modo particolare nella zona tirrenica della provincia peloritana si concentrano attività criminali di elevato spessore.

 

Guido Lo Forte è il capo della procura di Messina, e fa il punto della situazione proprio oggi in un’intervista esclusiva al ‘Sole24Ore’ in cui spiega che nella Città Peloritana “comanda la zona grigia, perchè non sono state recise le collusioni e resta il ruolo della massoneria coperta. Sappiamo che la presenza della massoneria è diffusa, ma ancor più grave è quella deviata, coperta, caratterizzata dall’infiltrazione di esponenti mafiosi che cercano rapporti di scambio con esponenti delle istituzioni e del mondo imprenditoriale. A Messina l’economia legale non riesce a resistere a quella illegale, e la Città è comandata da un’area grigia costituita da elementi che stabiliscono tra loro varie forme di contiguità in molti segmenti delle professioni, dall’economia alle istituzioni”.

 

“La Provincia di Messina – ha aggiunto Lo Forte – per troppo tempo ha vissuto in un cono d’ombra proiettato su strutture mafiose che da decenni avevano rapporti organizi con ‘Cosa Nostra’ palermitana (mi riferisco alla mafia barcellonese) e su radicati intrecci affaristico-mafiosi che hanno per molti anni egemonizzato la città di Messina. Questo cono d’ombra ha permesso alla mafia tirrenica (dalla più lontana Mistretta a Barcellona Pozzo di Gotto) di assumere struttura e metodi operativi del tutto omologhi a quelli di ‘Cosa Nostra’ palermitana, nonchè un controllo virtualmente totalizzante dell’economia, e alla criminalità organizzata messinese di realizzare un salto di qualità dalla fase primaria (racket e traffico di droga) alla fase ulteriore del riciclaggio e dell’imprenditoria mafiosa, capace di realizzare, con l’intimidazione, forme di monopolio di importanti settori economici e di alterazione delle regole di mercato”.>

 

La mafia del messinese tirrenico è quindi molto diversa da quella di Messina città, che non è ma stata nel mirino degli interessi di Cosa Nostra. I vertici della mafia palermitana insediarono una famiglia a Catania, ma non a Messina (bastava l’influenza di quella Tirrenica), dove quindi l’organizzazione criminale non ha un’organizzazione simile a quella della storica mafia Siciliana. Probabilmente fu una scelta dettata dalla coesistenza pacifica con la ‘ndrangheta calabrese, da sempre vicina al mondo Universitario messinese. Su questa base, spiega Lo Forte, “si realizzò un accordo trasversale tra la mafia (palermitana, barcellonese e catanese), la ‘ndrangheta e i gruppi criminali cittadini Messinesi (Giostra, Mangialupi e così via) sulla spartizione degli affari”.

 

Un accordo ancora oggi saldamente valido, ed evidentemente redditizzio nell’ottica criminale.