Catastrofi naturali: ecco il nuovo piano di protezione civile

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Il tema del dissesto idrogeologico legato ai rischi geo-ambientali del territorio messinese è da tempo studiato da un team di esperti guidato dal Collegio dei Geometri di Messina e coordinato dal direttore dello stesso Collegio, Melo Citraro, e dal coordinatore tecnico-scientifico del convegno sull’alluvione di Giampilieri e Scaletta, l’Architetto Giuseppe Aveni che hanno coinvolto un gruppo di esperti dell’Associazione MeteoWeb Onlus, tra cui il prof. Franco Ortolani, Ordinario di Geologia e Direttore del Dipartimento di Pianificazione e Scienza del Territorio dell’Università di Napoli Federico II e l’ing. Angelo Spizuoco del Centro Studi Strutture Geologia Geotecnica di San Vitaliano (NA).

Dallo studio di analisi e ricerca estremamente approfondito sul territorio, è nata l’idea di proporre un nuovo Piano Intercomunale di Protezione Civile, partendo dalla premessa dei grandi rischi del territorio messinese, esposto sia a quello sismico che a quello vulcanico, idrogeologico e geomorfologico in aree densamente urbanizzate con infrastrutture di importanza strategica per la Nazione (linee ferroviarie, gasdotti, autostrade, elettrodotti) oltre che per la regione.

Secondo gli studi del team guidato dal Collegio dei Geometri di Messina, “Nelle ultime decine di anni gli eventi naturali si sono rivelati fonte di catastrofi e hanno provocato una significativa e spesso stravolgente influenza sull’economia regionale e sul normale funzionamento delle attività pubbliche e private determinando comportamenti imprevedibili in vasti strati sociali. Le recenti ricerche hanno evidenziato che la Provincia di Messina almeno dal periodo della Magna Grecia (circa 2700-2500 anni fa) è stata interessata dagli effetti di vari eventi naturali; è evidente che le catastrofi geoambientali non rappresentano una novità in quanto sono da imputare alla eccezionalità dei fenomeni naturali e all’uomo che si è inserito in modo non adeguato in un territorio interessato da vari problemi geologici senza adottare le necessarie precauzioni tecniche e legislative per prevenire e contenere i danni. La conoscenza dei problemi geoambientali deve rappresentare la base propedeutica per la pianificazione delle attività dell’uomo sul territorio a tutti i livelli; conoscere le caratteristiche geoambientali del territorio significa vivere meglio usando correttamente le risorse naturali e vivere in sicurezza difendendosi adeguatamente dai pericoli connessi alla dinamica ambientale naturale utilizzando senza sprecare le risorse economiche in interventi evitabili. L’assetto ambientale attuale è la conseguenza di una “non pianificazione” e di una “pianificazione di un territorio fisico virtuale”, di una pianificazione “incompleta” che si basa sulla improbabile immobilità e docilità dell’ambiente fisico di cui l’uomo pensa di disporre a suo piacimento. Molte catastrofi, provocate da eventi naturali, con perdita di vite umane e danni consistenti all’economia si possono evitare con una appropriata e coraggiosa pianificazione pubblica del territorio che, in tutte le fasi di elaborazione, tenga conto delle caratteristiche geoambientali e della dinamica della superficie terrestre nell’attuale periodo di variazione climatica. La ricerca avanzata tesa a individuare le basi aggiornate della pianificazione non può non cogliere che la complessità dell’ambiente naturale ed antropizzato, alla fine del secondo millennio, impone ed imporrà sempre più energicamente l’impiego di tutte le competenze professionali che consentano di comprenderne adeguatamente l’assetto, la storia, l’evoluzione, la dinamica naturale e la dinamica conseguente alle interazioni uomo-ambiente fisico”.

Il team i esperti ha evidenziato numerosi aspetti che caratterizzano le aree antropizzate, incrementandone il rischio di esposizione a calamità naturali:

– massima estensione areale mai raggiunta dalle aree urbane;
– massima estensione tridimensionale del territorio interessato dall’urbanizzazione;
– massima interazione tra urbanizzazione e processi naturali superficiali;
– massima interazione tra sottosuolo e costruzioni superficiali e sotterranee;
– massima concentrazione di abitanti, di attività economiche e produttive, di beni culturali in aree ristrette che risentono delle modificazioni e degli eventi naturali che interessano aree vaste al contorno;
– massima vulnerabilità delle reti viarie e ferroviarie nazionali di importanza strategica che si concentrano, molto spesso, nelle aree urbane;
– la maggior parte delle città si sono sviluppate in aree a diverso grado di sismicità senza una normativa antisismica; quest’ultima, infatti, é stata introdotta su gran parte del territorio nazionale dopo i recenti eventi sismici (dopo l’evento del 1980). Le aree urbane, pertanto si presentano diversamente vulnerabili, ma comunque vulnerabili, in relazione alla ubicazione rispetto alle strutture sismicamente attive, alla risposta sismica locale dipendente dalla struttura geologica e dalle caratteristiche tecniche dei terreni del sottosuolo ecc., e continuano a svilupparsi senza una apposita normativa;
– numerose città moderne sono costruite su sedimenti eterogenei lateralmente e verticalmente, aventi spessore anche di oltre 10 metri, accumulatisi negli ultimi 2500 anni, che ricoprono città antiche;
– numerosi insediamenti costieri sono ubicati su litorali sabbiosi “costruiti” prevalentemente durante la Piccola Età Glaciale (tra il 1500 e 1850 circa) quando il territorio nazionale era interessato da una maggiore e diversa piovosità; attualmente i litorali non più sufficientemente alimentati sono interessati da una marcata erosione che continuerà a minacciare le coste sabbiose ancora per circa due secoli;
– oggi ci troviamo in un periodo di cambiamento climatico
– l’ambiente fisico si é stabilizzato con le condizioni climatiche dalle quali stiamo uscendo che discendono dalla Piccola Età Glaciale e tenderà a riequilibrarsi con le nuove condizioni per cui si prevedono variazioni che interesseranno la superficie del suolo (temperatura media, piovosità, pedogenesi, erosione, frane, copertura vegetale, litorali, acque superficiali, sollevamento eustatico del mare, deflussi superficiali ecc.) e il sottosuolo (falde e sorgenti);
– una diversa distribuzione delle piogge determina modificazioni morfologiche superficiali (frane, erosione del suolo) e variazione dei deflussi superficiali che possono risultare disastrosi per l’ambiente antropizzato (es. alluvioni ripetute);
– la ricerca scientifica ha fornito dati ambientali relativi alle condizioni climatiche da cui stiamo uscendo e non si hanno riferimenti quantitativi per il prossimo futuro (es. venti, temperatura e piovosità, deflussi superficiali e sotterranei, erosione e pedogenesi) per cui i progetti idraulici, ad esempio fognature, acquedotti, dighe, porti potrebbero essere rapidamente messi in crisi dalle prossime condizioni ambientali;
– l’espansione urbana e la variazione di destinazione d’uso di aree industriali che per vari decenni hanno immesso sulla superficie del suolo emersa e sommersa e nel sottosuolo sostanze inquinanti sta richiedendo nuove indagini per la valutazione dell’inquinamento e per la valutazione di metodi e costi per il ripristino ambientale; allo stato attuale non si hanno esperienze e metodi già acquisiti per cui si perde tempo, non si ha garanzia della validità dei risultati delle indagini costose che vengono impostate da gruppi di persone estemporaneamente incaricate da varie Istituzioni (vedi Bagnoli);
– l’urbanizzazione ha determinato sostanziali modificazioni dell’ambiente fisico su cui insiste la grande città e conurbazione, non solo dove sono ubicati gli edifici e le aree produttive ma anche in un vasto territorio al contorno dove si risentono gli effetti dell’urbanizzazione.

 

Secondo il documento fornito dal team di studi, le attuali conoscenze scientifiche consentono di prevedere ulteriori modificazioni geoambientali naturali e derivanti dalle azioni antropiche nelle zone montane, collinari pianeggianti e costiere oltre agli effetti sull’ambiente antropizzato connesso alle modificazioni geoambientali naturali e innescate dalle attività umane, agli effetti degli eventi sismici sull’ambiente e sui manufatti, agli effetti di eventi alluvionali, agli effetti delle colate rapide simili a quelle che hanno interessato il sarnese il 5 e 6 maggio 1998, agli effetti sull’ambiente e sulle risorse idriche derivanti dal prossimo effetto serra e agli effetti sulle risorse idriche strategiche connessi all’immissione di sostanze inquinanti nel sottosuolo.

E’ nata da questi presupposti l’idea di elaborare un piano intercomunale di protezione civile per i comuni di tutta la Provincia di Messina, che sono quelli caratterizzati, nell’area nebroideo-peloritana, dalla più alta piovosità della Sicilia.
L’area in esame è caratterizzata inoltre da una tettonica recente e attiva che ha scolpito il paesaggio morfostrutturale condizionato da rilievi accentuati e interessato da faglie ancora attive che determinano la nota sismicità della Sicilia nordorientale.

 

E così sono stati individuati i principali problemi ambientali:

– smaltimento dei rifiuti.
– erosione lenta dei litorali
– erosioni catastrofiche lungo le aree costiere in seguito a violente mareggiate;
– fenomeni franosi catastrofici tipo “colata rapida di fango e detriti” simili a quelli del 1 ottobre 2009
– dissesti rapidi connessi a crollo di masse rocciose
– dissesti superficiali e profondi lenti diffusi lungo i versanti argillosi
– inquinamento delle acque fluviali
– inquinamento delle acque marine anche nelle aree ad elevato valore ambientale e turistico
– attività estrattive in atto e dismesse
– alluvioni fluviali provocate dai corsi d’acqua principali e da quelli secondari
– inquinamento di falde nel sottosuolo delle pianure
– inquinamento di falde negli acquiferi
– dissesti del sottosuolo nelle aree urbane
– attività sismica connessa alla tettonica attiva appenninica;
– maremoti
– intrusione dell’acqua salata nelle zone depresse delle pianure costiere.

Le modificazioni ambientali più significative e prevedibili nel prossimo futuro connesse al cambiamento climatico possono essere così schematizzate:

– diminuzione progressiva delle piogge e maggiore aggressività delle stesse; nelle fasce costiere si potrà avere una vera e propria desertificazione (pioggia intorno a 200 mm), mentre nelle aree montuose e collinari si prevede una forte riduzione delle precipitazioni (oltre il 50% dell’attuale);
– rallentamento dei processi pedogenetici
– incremento dell’erosione dei litorali sabbioso-ghiaiosi;
– aggravamento dell’instabilità geomorfologica dei versanti;
– aggravamento dell’inquinamento dei fiumi e delle acque costiere;
– diminuzione della portata delle sorgenti e delle falde.

E così adesso i tecnici hanno pensato di mettere le proprie ricerche a disposizione degli enti locali, affinché ne facciano buon uso delineando in modo intelligente gli interventi per la messa in sicurezza del territorio: “Le conoscenze possono essere adeguatamente trasferite alle Amministrazioni pubbliche che possono essere in grado di monitorare in tempo reale gli aspetti ambientali più significativi. Un grave problema è rappresentato dagli eventi franosi tipo calata rapida di fango e detriti simili a quelli che hanno provocato oltre 30 vittime e la distruzione di decine di abitazioni nel pomeriggio del giorno 1 ottobre 2009 tra Scaletta Zanclea Marina e Giampilieri e alcuni comuni vicini. Queste frane, infatti, sono da considerare tra i più pericolosi e spietati fenomeni geologici in quanto dal momento in cui essi iniziano, nella parte alta dei versanti, al momento in cui possono travolgere abitazioni e persone trascorrono solo pochi secondi. Esse, da tempo, sono ben note ai geologi e rappresentano una ripetitiva e drammatica conseguenza delle diffuse condizioni di instabilità e di occupazione poco avveduta del territorio in cui si trova quella parte dell’area collinare e montuosa della Provincia di Messina caratterizzata da versanti ripidi impostati su rocce ricoperte da sedimenti sciolti. Le corrette e moderne analisi geologiche, nell’ambito di studi multidisciplinari, evidenziano che i centri abitati e i tratti di infrastrutture viarie di interesse locale e nazionale interessati dal pericolo di colate rapide in occasione di eventi piovosi che provochino la saturazione dei suoli sono molti e distribuiti in tutta la provincia. Il risanamento geoambientale di tali aree prevede sicuramente tempi lunghi e costi notevoli; ciò comporta che le popolazioni continueranno ad essere esposte al pericolo ancora per molti anni”.

Un intervento concreto che le Istituzioni (dalla Regione al Comune) possono programmare e realizzare a costi contenuti per evitare nuove vittime, secondo il team di studi, attuando piani di sicurezza geoambientale basati su di un diffuso monitoraggio geologico e idrologico delle aree potenzialmente interessate dalle colate rapide in modo da tenere sotto controllo in tempo reale la stabilità dei versanti in relazione agli eventi pluviometrici, completati da piani comunali di protezione dalle calamità geologiche, da esercitazioni pratiche e attuazione degli interventi tesi a rendere operativi i piani, senza dimenticare, ovviamente, il fondamentale aspetto di didattica e formazione ambientale, quegli elementi tesi a diffondere una corretta conoscenza delle problematiche geoambientali principali.

Catastrofi naturali: ecco il nuovo piano di protezione civileultima modifica: 2010-03-22T09:18:41+01:00da admin
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