8 ore in mezzo al fango. Il racconto e le foto

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La testimonianza in diretta da Messina. Respirando polvere e con un groppo in gola: reportage dal Messinese devastato dall’alluvione.

 

Otto ore. Otto ore con carne e ossa in mezzo al fango di Giampilieri e Scaletta Zanclea.

Otto ore per rendersi conto della devastazione provocata dall’alluvione del primo ottobre, otto ore per cancellare i tanti luoghi comuni trasmessi da giornali e tv, e per capire dal vivo ciò che davvero pensa la gente, ciò che davvero è successo nel Messinese Jonico giovedì scorso.

Quando, infatti, siamo partiti  per raggiungere le aree colpite dall’alluvione, avevamo in testa i tormentoni polemici che hanno caratterizzato sin da subito questo tragico evento: la “tragedia annunciata”, le “costruzioni abusive”, il “Ponte sullo Stretto” ecc. ecc.

La nostra esperienza potrà smentire quella che è una realtà esclusiva dei salotti politici, televisivi e di contesti lontani dai territori colpiti.
Qui la gente pensa ad altro, ha bisogno di altro, è addolorata per i propri morti e affronta la situazione difficile con grande dignità e maturità.

Arriviamo a Santa Margherita, ci fermiamo a Runci per salutare un amico. Quel nostro amico, appassionato di meteorologia, che con il suo pluviometro ha misurato i famosi 300mm di pioggia che hanno documentato l’entità della precipitazione che ha poi determinato l’Alluvione.

Sul Lungomare troviamo automobili devastate: sono quelle di Giampilieri che in queste ore vengono trasportate fino a questa zona per sgomberare le aree ancora a rischio.

Anche qui ci sono dei danni, le cantine sono state invase da mezzo metro di fango, e in ogni garage c’è qualcuno al lavoro.

I dorsali dei Peloritani sono zeppi di frane e smottamenti. Molto spesso lungo costoni assolutamente verdi, lussureggianti e ricchi di vegetazione. Costoni che con il fuoco degli incendi non hanno, evidentemente, mai avuto nulla a che vedere.

Proprio qui, a Santa Margherita, il materiale portato a mare da una fiumara ha completamente rivoluzionato l’orografia del territorio, creando un nuovo promontorio e due rispettivi piccoli golfi a nord e a sud:

Ci incamminiamo, a piedi, verso sud: sempre più vicini al cuore dell’alluvione, sempre più vicini a Scaletta e Giampilieri.
Sono già passati cinque giorni, ma lo scenario è ancora significativamente eloquente.

Respiriamo polvere: non smetteremo un attimo, per otto ore. E’ un continuo via-vai di mezzi pesanti dell’esercito, dei vigili del fuoco, di carabinieri, polizia e protezione civile e dal territorio si smuove una quantità incredibile e densa di fango polverizzato.

Arriviamo alla Stazione di Giampilieri:

Saliamo verso il paese: troviamo diverse copie dell’ordinanza del Sindaco di Messina, Giuseppe Buzzanca, che ordina l’evacuazione a tempo indeterminato per motivi di sicurezza.

Non possiamo entrare in paese: i soccorritori hanno appena trovato un nuovo cadavere, ci sono molti dispersi e la situazione è complicata. Potremmo essere d’intralcio. Torniamo indietro fino alla stazione e continuiamo a muoverci verso sud, verso Capo Scaletta e Scaletta Zanclea. Lo scenario è sempre lo stesso. Devastazione totale.
Arriviamo in Paese, nel cuore di via Roma, la strada principale di Scaletta Zanclea.
Le immagini parlano da sole.

Il paese è devastato. E’ in fermento totale. Centinaia di volontari, insieme ai soccorritori di protezione civile e forze dell’ordine, aiutano i proprietari delle varie abitazioni a ripulirle dal fango che le ha invase per 2,5/3 metri di altezza, ricoprendo spesso e volentieri tutto il primo piano, oltre alle cantine e ai semi-interrati.

Raccogliamo testimonianze, opinioni, riflessioni. Ascoltiamo la gente, i volontari, i soccorritori, gli sfollati e i testimoni di quella tremenda sera.

Scopriamo una comunità dalla grande dignità: nessun ìsterismo, nessuna polemica, nessuna accusa, nessuna lamentela. Anzi. Appena parliamo di “fiume” o “fiumara” ci saltano addosso: “quello lì non è neanche un torrente! E’ un semplice vallone. Da lì l’acqua non è mai passata, è una strada da sempre. Le costruzioni realizzate dove c’è stata la frana risalivano a insediamenti di quattro/cinque secoli fa. C’è anche la fontana che ci ha donato Ferdinando Borbone duecento anni fa. Non era mai successo niente. Qui da noi non esiste l’abusivismo edilizio: siamo un piccolo centro, sarebbe difficile sfuggire ai controlli, qui da noi è tutto in regola. Quello che è successo non è colpa dell’abusivismo, qui non c’era nessuna fiumara, non siamo pazzi nè stupidi. Le nostre abitazioni sono tutte in regola, Scaletta è un paese tranquillo, l’edilizia è regolare e armoniosa rispetto al mondo dell’ambiente e della natura con cui ogni giorno ci immedesimiamo. Non potrebbe essere altrimenti in uno scenario come questo”.

E che scenario: è davvero uno spettacolo. Scaletta è un piccolo comune di poco più di duemila abitanti, che vive del turismo estivo, di mare, di spiaggia e di sole. Ma anche di ambiente, natura e paesaggi: da qui si vede tutto lo Stretto: a nord abbiamo Ganzirri e il pilone, ma anche la Calabria risplende oltre il mare per tutta la costa che affaccia sullo Stretto, da Villa San Giovanni fino a Capo dell’Armi. Spiccano le abitazioni e le costruzioni di Reggio, nel cuore della sponda Calabra dello Stretto, mentre a sud abbiamo i crinali di Nizza, Taormina e Giardini che, a nord dell’Etna, delimitano la faglia geologica che taglia in due la Sicilia.

Sono in tanti a confermarci che di abusivo a Scaletta non c’è nulla: “tornate tra qualche settimana, con più calma. Vi portiamo al Comune, vi facciamo vedere le carte e gli archivi, le foto e le cartoline del passato con le costruzioni su queste aree già tanti secoli fa”.

Tanto orgoglio, tanta dignità.
C’è anche tristezza, rassegnazione più che rabbia: “due anni fa era stato tremendo, ma chi poteva immaginare che dopo così poco tempo avremmo vissuto un evento ancora più forte. E che forza! E’ stato incredibile, non abbiamo mai visto piovere così. Quando è arrivata l’ondata devastante le nostre case erano già piene di fango per la pioggia che cadeva da ore con intensità più che torrenziale. Mamma mia che incubo, siamo vivi solo per miracolo”.

Ci raccontano come si sono salvati: qualcuno è rimasto appeso a un balcone o a un pilastro, qualche altro è stato trascinato in spiaggia e qualcuno anche in mare: s’è ritrovato, in piena notte e sotto la tempesta, nelle acque dello Jonio. Ha provato a nuotare, ma la corrente l’ha trasportato per fortuna verso una spiaggia vicina. E tantissimi si sono rifugiati ai piani alti degli edifici, perchè in quelli bassi il fango ha distrutto e sommerso tutto.

Scaletta e Giampilieri piangono 24 vittime accertate e un imprecisato numero di dispersi, forse 9 o forse qualcuno in più.
Ma la sensazione è che, considerata l’eccezionalità dell’evento, sarebbe potuta andare molto molto peggio.

In spiaggia scendiamo anche noi: troviamo di tutto. Automobili irriconoscibili, veri e propri pezzi di tetto o fiancate di abitazioni trascinate via, oggetti privati più svariati, da alimenti fino a giocattoli per bambini.

Il mare è ancora marrone. Dopo cinque giorni.

Risaliamo verso il centro delle ricerche: sotto le macerie ci sono ancora dei dispersi, si scava per ritrovare i cadaveri o ciò che ne resta.

Le abitazioni sono squarciate, la riservatezza di questa povera gente è stuprata dalla violenza brutale della natura.

Il titolare di questa Macelleria era amato e apprezzato in tutto il circondario: ancora non è stato ritrovato. Il figlio, invece, è grave all’Ospedale.
Il fango ha cancellato, nell’insegna dell’esercizio commerciale, una parte del nome e ora si legge ’Maceria’.
Gli scherzi del destino.

Continuiamo a riscontrare grande dignità. “E con chi ce la dobbiamo prendere? Con la montagna? Siamo vivi per miracolo, dobbiamo solo ringraziare Dio”.
Camminiamo all’altezza del secondo piano delle abitazioni, sopra uno strato fangoso di quasi quattro metri.

E’ commovente l’impegno e la fatica di cittadini e volontari per liberare dal fango le abitazioni.

Anche in mare ancora si cercano cadaveri.

Le botteghe sono devastate, e le forniture non arrivano da quasi una settimana. La Protezione Civile ha allestito, nella sede della scuola, un centro per lo smistamento dei beni di prima necessità con i fondi e il materiale raccolto dalla straordinaria gara di solidarietà che sin dal primo giorno ha coinvolto tutta la popolazione delle aree limitrofe.

Alcune normalissime strade del centro storico sono ancora dei fiumi in piena.

Siamo distrutti: ci aspettano altri chilometri e chilometri per tornare dove abbiamo lasciato l’automobile, e ci incamminiamo lungo i binari della ferrovia, che difficilmente tornerà in funzione prima di alcuni mesi.

Salutiamo Scaletta …

… e la sua splendida vista verso Reggio:

Rientriamo a Messina, ormai è sera. Il sole è tramontato dietro i Peloritani, mentre in Prefettura è ancora attiva la Sala Operativa della Protezione Civile con l’Unità di Crisi.

Messina è viva, caotica e frenetica come sempre.
Ma piange.
Piange le sue vittime innocenti di una tragedia immane.
Piange la ri-scoperta comune del dolore e della sofferenza.
Ma si vuole rialzare.
Ne è simbolo il fermento, il rispetto e la seria dignità dei cittadini e dei volontari di Scaletta e Giampilieri.

Ne è simbolo, ancora di più, lo spettacolo eccezionale dello scenario dello Stretto, su cui sorge la luna in un’alba spettacolare proprio mentre torniamo a casa.

Una nuova alba che è un messaggio di fiducia e speranza per una città e un territorio che deve avere la forza di andare avanti, non fermarsi di fronte alle difficoltà e, anzi, deve sentirsi spronato e visceralmente scosso da quel rigurgito di passione, di civiltà e di attaccamento che può costruire un futuro migliore.

Per osservare il Reportage completo di 325 fotografie click qui

8 ore in mezzo al fango. Il racconto e le fotoultima modifica: 2009-10-06T10:02:00+02:00da admin
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12 pensieri su “8 ore in mezzo al fango. Il racconto e le foto

  1. io vivo in slovacchia sono italiano molto rammaricato da tutto quelllo che sta succedendo da vari anni in italia ….in questo momento nn ho parole ..nn ci sono x commentare tutto questo …..forza sicilia e messina forza amici ………..fabrizio

  2. non ho parole,solo un groppo alla gola.
    vorrei dire e spero tanto che venga detto a gran voce”invece di spendere soldi per il ponte di messina ,che farà della sicilia un ecatombe,i sigg.ministri con a capo il nostro alla protezione bertolaso(Che poverino non sa più dove parare),pensassero al da farsi per il rinboschimento,per demolire i mostri di cemento.a gran voce ,con tutta quella che ho in gola ,io grido “smettetela di
    pensare alle str***ate,e alle vostre vite inutili,salvate l’ITALIA……..e gli italiani.

  3. m’è venuta la pelle d’oca, le immagini parlano più di 1000 parole. Però non credo che non vi sia abusivismo edilizio in quei posti, non ci credo anche perchè questa mattina lo diceva lo stesso sindaco di Messina. Certo che 30 e passa morti sono tanti, troppi…

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