18/01/2013

La Cianciùta a Francavilla di Sicilia

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12 febbraio - Francavilla di Sicilia (ME)

La Cianciùta è la tradizionale e esilarante farsa popolare che ricrea il funerale di Re Carnevale", da sempre l'emblema della lussuria e della trasgressione.

Per antica tradizione, la sera del Martedì Grasso, un corteo funebre attraversa le vie principali del centro storico di Francavilla di Sicilia. Il corteo è composta dai piagnoni vestiti di bianco, con la faccia infarinata e dalle vedove inconsolabili, in realtà uomini travestiti da donna, che, attorno al fantoccio del Re Burlone, manifestano tutto il loro dolore dimenandosi, strappandosi i vestiti e recitando orazioni dal palchetto di Via Vittorio Emanuele. Tutt'intorno sventolano i vessilli dell'asso di bastone, della salsiccia e del baccalà: Emblemi degli attributi sessuali.

La manifestazione che mai scade nella volgarità, vuol essere l'addio ai divertimenti, ai piaceri della carne e della gola, pronti a affrontare l'austero periodo quaresimale. Non ha eguale negli altri eventi carnascialeschi italiani.

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16/01/2013

Katabba 2013

703556_4111050730338_2067805544_o.jpgMonforte San Giorgio (Messina), dal 17 gennaio è iniziata una delle più antiche rievocazioni storiche siciliane legata alla tradizione  e grande devozione nei confronti della compatrona Sant'Agata.

Il nome della ricorrenza è la KATABBA, la manifestazione, è un suggestivo viaggio temporale nel Medioevo, un’occasione unica per rivivere il passato attraverso l’arte, il gioco e i sapori della tradizione, tramandati di generazione in generazione.
L’intero paese rivive la liberazione dalla dominazione araba con un affascinante susseguirsi di ritmi realizzati da campane e tamburo.
Alle sei del mattino e alle sette della sera due fedeli salgono sul campanile della chiesa di Sant’Agata e danno inizio al suono congiunto della campana e del tamburo, seguendo un ritmo che viene gelosamente tramandato da padre in figlio, questo rituale è detto Katabba: le etimologie proposte sono numerose, ma due risultano particolarmente interessanti: la derivazione dal greco katabasis (discesa) o dall’arabo Qataba (adunata).
Secondo la tradizione, il suono vuole ricordare quanto avvenne a Monforte nella seconda metà dell’XI secolo. Ruggero il Normanno, dopo la liberazione di Troina e la famosa battaglia di Cerami, liberò il territorio dalla dominazione saracena. La Katabba inizia proprio con l’imitazione del passo del cavallo del messaggero che annuncia l’arrivo del liberatore, quindi continua con il passo del cammello, cavalcato da Ruggero, poi, aumentando il ritmo, riproduce il galoppo dei cavalli dell’esercito conquistatore e la fuga disordinata e senza meta degli infedeli che scappano.
Infine, il suono festoso rappresenta la folla che inneggia al principe liberatore.
Ogni anno il paese, in ricordo di quanto accaduto secoli fa, si anima di cortei, giostre e botteghe d’altri tempi. Non manca poi la possibilità di degustazioni di piatti tipici medievali, come le degustazioni “Panem et porcus”. Ogni sabato l’officina del conio apre ai visitatori che desiderano osservare gli artisti intenti a realizzare l’antico Dinar del Guiscardo, mentre presso l’antica forgia, esperti fabbri realizzano lance e spade secondo l’antica tradizione.

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14/01/2013

Carnevale di Gioiosa Marea

1041.jpg07 - 12 febbraio - Gioiosa Marea (ME). Carnevale a Gioiosa Marea (Me), tradizionale manifestazione "La Racchia e Festa delle Murghe". A Carnevale era costume diffuso, sino a qualche anno fa, le sere del giovedì, del sabato e della domenica che ricadevano in tale periodo, accogliere e far ballare nelle case i «maschiri». L’usanza era intesa come «riciviri i maschiri» e pertanto le porte delle case restavano aperte a chiunque fosse mascherato. La maschera poteva fare ogni sorta di scherzo ai padroni di casa ed ai loro ospiti, i quali ovviamente tentavano di riconoscerla. I travestimenti carnevaleschi erano i più svariati e correlati alla fantasia più estrosa del momento. Infatti, anche i padroni di casa ed i loro ospiti, a loro volta, dopo l’arrivo delle maschere, ricorrevano a travestimenti estemporanei avvalendosi di coperte o di altro. Se la maschera veniva riconosciuta era costretta a svelare la sua identità, scoprendo il viso, nel caso invece che non veniva riconosciuta, aveva diritto a «mangiare e bere» ma doveva prima farsi riconoscere.

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